mercoledì 25 agosto 2010

Sono un animalista...?

L'immagine che spesso viene associata a questa definizione è quella di un individuo che consacra maniacalmente la propria esistenza alla salvaguardia delle specie animali "non umane", riservando per le stesse un'attenzione e una dedizione che mai concederebbe ai propri simili.

Insomma, l'animalista, nell'immaginario collettivo mediamente condiviso, è colui che cammina guardando a terra nel terrore di calpestare la formica di turno, un individuo sempre vigile nei confronti di ogni possibile sopruso ai danni di un cagnolino, di un canarino o di un vitello e pronto ad attivarsi in proteste e denunce al primo sospetto di reato.

Nondimeno si tende ad attribuire di default all'animalista un disinteresse per la cultura e la pratica della "buona cucina": è frequente riscontrare la convinzione che un individuo che rinunci a mangiare carne e/o prodotti di origine animale non possa certo aver sviluppato un fine palato al pari di di quello di un "buongustaio" seduto al tavolo di un ristorante che vanti uno chef diplomato al cordon bleu.

Francamente non so se qualche attivista in ambito animalista possa arrivare a corrispondere o ad assomigliare a stereotipi di questo tipo.

Una cosa è però certa: un animalista è spesso colui che sceglie di dedicare buona parte del proprio tempo libero e la propria opera di volontariato alle cause in difesa degli animali non umani, il che, tornando agli stereotipi e ai preconcetti che assai comunemente lo riguardano, porta ad attribuirgli del tutto arbitrariamente una maggiore sensibilità - del tutto presunta - nei confronti delle sofferenze di questi nostri "coinquilini" piuttosto che di quelle - a loro volta innumerevoli - che affliggono il genere umano ad ogni latitudine.

Con un minimo più di obiettività e di conoscenza della materia, si potrebbe forse parlare di legittima "predisposizione", anche se sarebbe innanzitutto saggio verificare se all'attenzione per le altre specie venga puntualmente a corrispondere un disinteresse - pur relativo - per i propri simili.

L'errore più grave, a mio avviso, sarebbe però quello di stabilire delle gerarchie, delle priorità della sofferenza che collochino ad esempio "la fame nel mondo"* o la diffusione epidemica dell'aids in una scala di valori tale da far considerare eccessivo, per non dire inopportuno, ogni interessamento per il maltrattamento o lo sterminio dei cani randagi piuttosto che per lo sfruttamento dei delfini negli acquari pubblici.
Un errore che ben più difficilmente saremmo portati a commettere qualora la stessa tentazione venisse applicata nei confronti delle diverse criticità relative al mondo degli umani (i diritti calpestati del popolo curdo o le condizioni carcerarie nel nostro paese non sono considerati certo meno importanti della lapidazione per adulterio in Nigeria, ed è assai improbabile che qualcuno accuserebbe un attivista per i diritti umani, impegnato a denunciare la pena di morte in Giappone, di trascurare l'importanza della terribile piaga del commercio clandestino di organi umani).

Analogamente, non riesco a non ritenere che un essere senziente di qualsivoglia specie animale, che soffre, che viene maltrattato, torturato o ucciso anche quando la sua morte potrebbe essere evitata, esiga la medesima attenzione e urgenza che andrebbe riservata per ogni altra condizione di patimento o sopruso che interessi un individuo della nostra specie.

Considerarsi animalisti, significa perciò semplicemente scegliere di non ragionare in base ad alcuna scala di valori che veda il genere umano in cima alla piramide e le altre specie meritorie solo di minori attenzioni o addirittura soggiogabili alle nostre necessità (quando non a ludibri o perversioni).

Significa sviluppare e raggiungere un senso di rispetto per le altre specie animali.

Significa rifiutarsi di considerare questo pianeta e gli esseri viventi che lo abitano al servizio di una sola specie, la nostra.

Che, tradotto in comportamento pratico, significa perciò operare delle scelte precise e consapevoli rispetto al soddisfare le nostre necessità primarie così come il nostro piacere di vivere.

Scelte che potrebbero farci scoprire che l'idea di "rinuncia" (una parola che, ammettiamolo, ci vede egoisticamente poco propensi anche solo ad approfondire l'argomento) potrebbe in realtà concretizzarsi in semplice "modifica" delle proprie abitudini, così come delle proprie convinzioni rispetto a ciò che consideriamo dogmaticamente "indispensabile" o "insostituibile".
 
Magari finendo per fare piacevoli e del tutto inaspettate "scoperte".

Ben inteso: gusto e "buona tavola" compresi.

*concetto implicitamente riferito in modo esclusivo al genere umano, anche se fenomeni quali siccità o carestie mietono milioni di vittime anche tra le altre specie animali, inclusi quelli cosiddetti "da allevamento".

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